Capitolo 7
Il primo Barolo nelle parole dell’800
Abbisogna un ingegno singolare per creare un nuovo vino. A questa guisa è nato il Vino di Barolo. Non trattasi di opera subitanea, ma del perpetuo e paziente ardire nell’adoprarsi a sperimentare, provare e riprovare, finacché giungesi a forgiare un capolavoro della natura e dell’uomo. Tutt’altra specie era il vino che si facea prima traendolo dall’uve di Nebbiolo. La Marchesa volle educarlo come una creatura, farlo crescere e maturare da fanciulletto leggiadro a uomo virtuoso e mirabile. Niun aveva mai immaginato le poderose virtù celate in quest’uve! Ecco che l’atavico frutto della terra di Barolo diviene un vino non più schiumante e dolce com’era costume dapprima, ma quieto, nobile, odoroso di legni, degno del banchetto d’un re. Giammai conobbi vino siffatto, aulente di viole e di rose, di spezie d’oriente, di frutti dei boschi d’autunno, di tabacco, di liquirizie, di menta selvatica e con il nerbo che le maestose botti di rovere delle selve di Slavonia gli cedono nei lunghi anni in cui viene serbato nelle cantine dalle possenti mura. Cantine che son come una fortezza a difesa del gusto, dove dimorano l’ardimento e il vigore della terra sotto cui si snodano. In veritate, la mia opinione è questa: alcunché sormonta il valore di questo vino.”