Capitolo 4
Le testimonianze storiche

“Furono proprio i Marchesi Falletti ad incrementare tale produzione, facendo fermentare totalmente il mosto delle uve Nebbiolo, ottenendo così il Barolo, influenzati da quanto avevano appreso dai frequenti contatti con la nobiltà francese della Borgogna.

Cristina Siccardi, “Carlo Tancredi Falletti di Barolo. L’anonimato di un genio nell’Italia risorgimentale”

“Ho visitato la cantina del Marchese di Barolo: è un gran semi-sotterraneo con volte a botte… Vi erano 30 botti, in gran parte di vini vecchi…. Il vino di Barolo dura molti anni e il marchese di Barolo lo conserva per mandarlo alla Corte di Torino e ad altri.”

Giorgio Gallesio – Enrico Baldini: “I Giornali dei Viaggi” Reale Accademia dei Georgofili, 1995 (resoconto di una visita del 19 settembre 1834)

 

“Poiché a creare quel tipo di vino che va ora sotto il titolo di Barolo furono i Marchesi Falletti al principio dell’ottocento, i quali lo producevano con ogni cura nelle loro estesissime tenute di Barolo e Serralunga, e, valendosi delle loro numerose conoscenze e dei loro lunghi viaggi, lo fecero conoscere e apprezzare un po’ ovunque.”

Domenico Massé, “Il paese del Barolo”, 1928, pag. 48

 

“Il nome dell’illustre Barolo gli deriva dal comune di Barolo e dalle più alte relazioni del marchese di Barolo ed è nome recente, affermatosi soltanto nella seconda metà dell’Ottocento.

Il maggior merito della fama attuale del barolo spetta indubbiamente al marchese Tancredi Falletti di Barolo, proprietario degli splendidi vigneti del paese e di quelli di Serralunga d’Alba, passati poi all’omonima Opera Pia, riccamente dotata dalla sua vedova, Giulia Colbert di Maulévrier, pronipote del grande ministro del Re Sole, con testamento del 19 gennaio 1864.”

Domi Gianoglio, “Invito alle Langhe”, 1965, pag. 33-34

 

“Eppoi, chi ha fatto la nomea a questo Nebbiolo?

Tutti lo sanno che sono i vini del compianto Marchese di Barolo, il quale sia pei mezzi che disponeva, sia ancora per le immense ed elevate relazioni che aveva, poté far conoscere i suoi vini in paesi in cui nessuno poteva far arrivare i suoi.”

Lorenzo Fantini, Monografia sulla Viticoltura ed Enologia nella Provincia di Cuneo, 1883

Inoltre, nel volume “Felicità, Verità, Bellezza – I volti della Carità di Carlo Tancredi di Barolo Atti del Convegno Tenutosi a Torino, a Palazzo Barolo, il 14 novembre 2008”, alle pagine 281, 282:

“Sappiamo per certo che l’ultimo Marchese di Barolo, Carlo Tancredi, s’interessasse di botanica, agronomia e idraulica da applicare anche nei suoi possedimenti. 

Tutti i suoi diari di viaggi per l’Italia e l’Europa ne fanno non solamente menzione ma ne riportano dettagliati e particolareggiati disegni e studi.

E conosciamo quanto fosse interessato affinchè le sue proprietà producessero e rendessero al massimo tutti quei prodotti che offriva la terra. 

Marcello Falletti di Villafalletto, nella biografia del Marchese fa spesso riferimento a queste iniziative di Carlo Tancredi Falletti e nello specifico riporta anche una circostanziata lettera, datata da Racconigi il 12 novembre 1821, di un tedesco, certo Stanislao Kurten che impartiva spiegazioni per la spedizione in Russia di viticci e barbatelle. 

Il Marchese è chiaro che si occupasse anche di viticoltura, riesce anche in questa operazione, da vero esperto qual era, avendo anche ricoperto l’incarico  di membro delle Camere di Agricoltura e di Commercio di Torino, istituite dal Re nel 1824”.

E, ancora:

Carlo Tancredi falletti di Barolo. L’anonimato di un genio nell’Italia risorgimentale – Cristina Siccardi

Il nome Barolo è conosciuto in tutto il mondo per l’ottimo vino («Re dei vini» e «vino dei re») che di esso porta l’etichetta. All’inizio del secolo scorso il vino Barolo iniziò per primo, in Piemonte, il ciclo che doveva poi orientare la produzione subalpina verso i vini secchi, anziché su quelli dolci

Furono proprio i marchesi Falletti ad incrementare tale produzione, facendo fermentare totalmente il mosto delle uve Nebbiolo – ottenendo così il Barolo – dei vastissimi possedimenti di Barolo, Serralunga, La Morra, influenzati da quanto avevano appreso dai frequenti contatti con la nobiltà francese della Borgogna, ormai esperti di vini secchi. I Savoia restarono ammagliati dal Barolo e dopo di loro Cavour.