Capitolo 3
L’invenzione del Barolo

Il Vino dei Re

In relazione con la nobiltà di tutta Europa, nei suoi numerosi viaggi la Marchesa Giulia portava con sé il vino delle sue cantine, il “vino di Barolo”.

Questa facilità di trasporto è uno degli indizi del cambiamento fondamentale introdotto dal Nebbiolo vinificato nelle Cantine dei Marchesi di Barolo: prima il vino era instabile, perché la fermentazione alcolica non veniva completata a causa della mancanza di cantine a temperature idonee.

Scavare nel terreno tufaceo di queste colline era terribilmente faticoso per i mezzi di allora, la zappa e la vanga e nelle Langhe d’inizio ottocento le cantine erano una rarità. E quelle poche erano generalmente destinate alla conservazione dei cibi, assai di rado alla vinificazione, che si svolgeva, generalmente, sotto i porticati all’aperto, onde evitare anche il ristagno dei gas di fermentazione.

Giulia e Carlo Tancredi, grazie alle loro conoscenze, ampliano la Cascina Pillone realizzando appositamente il “gran semi-sotterraneo con volte a botte” – successivamente duplicato – che ancor oggi sono il cuore delle Antiche Cantine dei Marchesi di Barolo: il vino ottenuto è, da allora stabile, perfetto per essere trasportato per lunghe distanze senza subire alterazioni!

Una testimonianza della stabilità del Barolo prodotto nelle Cantine dei Marchesi di Barolo è la consegna al Palazzo Reale di Torino del vino destinato a Re Carlo Alberto.

Domenico Massé, Rettore del Collegio Barolo, racconta questa vicenda nel suo libro “Il Paese del Barolo”.

Un giorno che la Marchesa trovavasi a Corte, Re Carlo Alberto in tono scherzoso le disse:

-Marchesa, sento tanto celebrare il vino delle sue tenute: quand’è che ce lo farà assaggiare?

-Vostra Maestà sarà presto accontentata, rispose la Marchesa.

Difatti, qualche tempo dopo una lunghissima fila di carri tirati da buoi entravano in Torino tenendo tutta la via Nizza, diretti a Palazzo Reale. Su ogni carro stava una di quelle botti lunghe e piatte della capacità di sei ettolitri dette «carrà», che una volta si usavano per il trasporto e anche come misura. Erano più di trecento, una per ogni giorno dell’anno, ed erano l’«assaggio» del Barolo che la Marchesa mandava al Re.

 

Le «carrà» erano le botti utilizzate per il trasporto su carri, da cui il nome, abbreviazione di “carrabili”. La loro forma bassa e allungata consentiva un trasporto più agevole sulle impervie strade dell’epoca, evitando il rischio del ribaltamento del carro.

Si narra che le carrà inviate dalla Marchesa al Re fossero 325, una per ogni giorno dell’anno, escludendo i 40 giorni di Quaresima, in cui anche Re Carlo Alberto avrebbe dovuto osservare il precetto cattolico dell’astinenza e del digiuno.

Considerando lo stato delle strade del tempo, il fatto che siano giunte tutte a destinazione senza incidenti, fa ritenere che si trattasse di un vino stabile, fermo, quindi lontano dal vino frizzante descritto da Jefferson.

Ecco che il Barolo diventa il vino della corte di Savoia, degli ambasciatori e degli alti ufficiali dell’esercito, e da lì si espande nei banchetti reali e nobiliari di tutta Europa. Da qui nasce l’appellativo proverbiale “Il Re dei Vini, il Vino dei Re”.

Un vino austero, secco, stabile, adatto a essere trasportato in giro per l’Europa. Così è nato il Barolo. Qui, nelle Cantine dei Marchesi di Barolo.